In Svizzera un referendum ha vietato la costruzione di nuovi minareti. Un risultato eclatante, inaspettato, che dà da pensare e che riflette un clima di avversione e di paura nei confronti di una religione che viene vista solamente come una minaccia.
Questo segnale non contribuisce ad alleggerire il clima che, giorno dopo giorno, si sta delineando con un rafforzamento costante di movimenti populisti e pressapochisti non solo in Europa, ma in tutto il mondo. Quale migliore strategia se non il cavalcare l’onda della crisi incarnando un moto di protesta anziché di proposta? Quale approccio più semplice ai mille problemi che ci affliggono se non la critica incondizionata, il distruggere anziché lo sforzarsi di costruire?
Animare e diffondere l’odio verso gl’immigrati, coloro che ci rubano il lavoro, stuprano le nostre ragazze, rapinano le nostre ville, è diventato facile come bere un bicchier di vino. Se ne tornino tutti al loro Paese, con le famiglie, i figli e i nipoti! Poco importa se ormai sono Italiani…
Da un lato, dunque, la spinta di arringatori di folle, dall’altra, e mi sembra doveroso dirlo, la mancanza di sicurezza, di certezza della pena, di sentimento di cittadinanza fanno da elementi comburenti per un incendio che sta per scoppiare. Anche nella civilissima, linda, ordinata Svizzera, la confederazione dell’orgoglio locale, del cosmopolitismo bancario e della precisione artigiana…
Torniamo però al referendum. Che subito è stato proposto anche in Italia e che ha fatto scalpore sia negli uffici dell’Unione europea sia nelle curiae vaticane.
Il punto su cui vorrei ragionare non è tanto l’esito in Svizzera o il possibile risultato nell’alta valle Po, quanto la natura stessa della consultazione. Che molti stanno elogiando per aver interpretato i voleri popolari, i vari maldistomaco della gente. In molti casi, ammettiamolo, legittimi.
Ma il bandolo di questa matassa così aggrovigliata da sembrare inestricabile è un altro: con questo referendum si è deciso di privare una fetta consistente di persone, di “popolo”, di un diritto fondamentale. Di una libertà primaria, la libertà di professare il proprio culto senza imposizioni e prevaricazioni.
Mi dispiace, ma in questo caso il tanto osannato principio di maggioranza che regge la tanto osannata democrazia non ha validità alcuna: non è possibile, per quanto la volontà sia del più ampio numero di persone, influire sui bisogni fondamentali, invadere e schiacciare le libertà personali ed irrinunciabili. Questo per rimanere nel teorico, rifacendosi a principii illuministi che hanno ispirato i padri costituenti di tutta Europa e di tutto l’Occidente.
Scendendo nel merito, ha fatto bene Fini a bollare l’esito come vittoria del fanatismo islamico. Costruire moschee pubbliche vuol dire, oltre a creare un clima di dialogo e di rispetto, poter effettuare maggiori controlli. Senza luoghi pubblici adibiti alle funzioni rituali, gli islamici saranno costretti a incontrarsi in altri posti. E credete che, riuniti negli scantinati di sobborghi malfamati delle nostre degradate città, discutano in Italiano su quanto è bella l’Italia e generosi gl’Italiani?
Con il proibizionismo, il “mostrare i muscoli” per non fare allusioni ad appendici considerate sconvenienti, non si riuscirà mai a muovere un passo verso una pacifica coesistenza basata sull’incontro piuttosto che sullo scontro.
In Italia, così come nella mia amata Svizzera.
Viva l’Italia,
Gianluca Olivero
www.arengo.ilcannocchiale.it
"La mia libertà equivale alla mia vita" B. Craxi